http://www.klpteatro.it/teatro-ragazzi-2015-the-best-of

BY MARIO BIANCHI  TEATRO RAGAZZI 8 GENNAIO 2016

TEATRO RAGAZZI 2015: THE BEST OF

I classici dell’infanzia, anche quelli meno conosciuti, sono presenti al meglio con “Un dito contro i bulli”, scritto e diretto da Pino di Bello (di cui abbiamo visto anche un eccellente spettacolo sulla prima guerra mondiale) tratto da “Il dito magico” di Roald Dahl, che tratta di un tema sociale spesso visitato dal teatro ragazzi come il bullismo.
Lo spettacolo, interpretato da una bravissima Naya Dedemailan, con le musiche in scena ed il controcampo di Luca Visconti, narra di una bambina che possiede un involontario ma straordinario potere, che si concentra tutto nel suo dito indice, puntato contro le persone che si comportano da prepotenti con i più deboli.
La narrazione dell’attrice, entrando direttamente nel vissuto dei piccoli spettatori, li mette davanti, con semplicità ed immediatezza, alle numerose implicazioni che lo spettacolo, man mano, dissemina sui suoi passi, ricordando loro alla fine che solo il rispetto e la comprensione reciproca possono sconfiggere la prepotenza.

UN DITO CONTRO I BULLI” – Vimercate 7 giugno 2015  Mario Bianchi – EOLO-Rivista online di Teatro Ragazzi 

Lo spettacolo “ Un dito contro i Bulli” (…) interpretato da una bravissima Naya Dedemailan con le musiche in scena ed il controcampo di Luca Visconti, narra di una bambina che possiede un involontario, ma straordinario potere, che si concentra tutto nel suo dito indice, che punta contro le persone che la fanno arrabbiare. trasformandole in personaggi repellenti.(…) La narrazione di Naya Dedemailan, intrisa di ironia e di commozione, restituisce appieno tutte le metamorfosi visive ed emozionali che tutti i personaggi possiedono, entrando direttamente nel vissuto dei piccoli spettatori, mettendoli davanti con semplicità ed immediatezza a tutte le numerose implicazioni che lo spettacolo, man mano, dissemina sui suoi passi.

Giulio Bellotto – Il Bloggo

Naya Dedemailan interpreta con forza e convinzione l’energica Anna, una bambina che possiede un grande potere tutto racchiuso nel suo dito indice. Come già Matilde, la simpatica e bistrattata protagonista del capolavoro dahliano “Un dito magico”, Anna si ritrova a dover gestire la grande responsabilità di avere un indice tanto straordinario dopo averne scoperto per caso le potenzialità: meglio non farla arrabbiare, Anna! Anche perché, al contrario di Matilde, lei non è per niente timida e non ci pensa due volte a raddrizzare a modo suo i torti di cui è testimone ogni giorno, accorgendosi infine che quando si tratta di sistemare i bulli, alla magia è preferibile la comprensione. Un dito contro i bulli è uno spettacolo diretto e privo di superfluità, basato unicamente sull’accompagnamento musicale dal vivo del fisarmonicista Luca Visconti che contrappunta l’eccezionale presenza scenica dell’interprete principale. La regia di Giuseppe Di Bello conduce il gioco a buon fine calibrando attentamente i registri recitativi che ben si armonizzano per quasi tutta la durata dello spettacolo: il ritmo sostenuto non si sfilaccia e ci regala un ora di divertimento cui è sotteso un importante insegnamento. Capire le ragioni degli altri, ecco ciò che ci sprona a fare la storia di Anna. Si, anche quelle dei bulli.

La Libertà - Gaya con Dedemailan

ARTICOLO DEL 4 OTTOBRE

ARTICOLO DEL 4 OTTOBRE

la-tregua-1914

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tregua di Natale nelle Fiandre: in trincea pallone e pallottole 16 gennaio 2015 – ELENA SCOLARI
Fiandre, 1914, dicembre. 24 dicembre. La vigilia di Natale in trincea. Le trincee della Grande Guerra sono terribili, sono piene di sangue, topi, fango, freddo, cadaveri, morte. Sono l’inferno. Un inferno popolato di ragazzini, anche adolescenti, sedotti dalla chiamata alle armi e dalla difesa della patria, spinti dai loro professori ad arruolarsi
per contribuire alla gloria (o alla disfatta) del proprio paese, pena l’etichetta di codardo. Proprio come i “All’ovest niente di nuovo”(film del 1930 diretto da Lewis Milestone, splendido e straziante) cui La tregua della compagnia Anfiteatro di Como fa un implicito omaggio, lo spettacolo ci racconta la gigantesca stupidità di un conflitto crudele anche perché mal gestito, male organizzato, nel quale i soldati sono stati letteralmente mandati a morire, a mucchi.
Marco Continanza è in scena solo, maglietta e pantaloni, recita davanti a un infernale fondale rosso sangue che riproduce una grande combustione di Alberto Burri, simbolo incombente del bruciare delle speranze e dell’enormesprofondo di ogni guerra. Anche le luci di scena sono rosse, e l’attore risulta un po’ sovrastato da questo impianto scenico, le sue parole irrompono nella pace della sala con sufficiente carica drammatica, l’occhio è invece inevitabilmente attratto dal fondale, e la sua presenza magnetica tende anzi a depotenziare l’irruenza del testo, ben scritto da Pino di Bello. L’autore riesce a bilanciare le note dolorose di una descrizione di guerra difficile da sopportare, faticosa da immaginare, con la tenerezza dell’episodio centrale su cui lo spettacolo si concentra:
sul confine tra Francia e Belgio i soldati tedeschi sono davanti a quelli inglesi (scozzesi e irlandesi) da mesi, su entrambi i fronti logorati da bombardamenti ininterrotti e dal continuo susseguirsi di attacchi e ritirate. Nella notte di natale del 1914 un tedesco sente la festa più forte della guerra e improvvisamente intona “Stille nacht”, dapprima il silenzio lo circonda ma poi lo spirito – forse anche grazie al cognac recapitato coi pacchi natalizi – contagia i suoi commilitoni, e poi anche gli inglesi si uniscono al coro, tutti cantano. Tutti cantano la stessa canzone e per qualche ora gli ordini di non familiarizzare col nemico vengono ignorati, si suona insieme, si parla, si mangia cioccolato e si fumano sigari, si gioca a pallone con le porte segnate da barelle ed elmetti, senza guardare alle uniformi. Natale è Natale. L’interpretazione di Continanza ci aiuta in una lettura pulita di questo episodio perché è intensa ma non enfatica, a tratti perfino divertita ma sempre attenta al senso del racconto. 1914 La tregua ha il merito di affrontare un fatto significativo della prima Guerra Mondiale in una maniera drammaturgicamente ben congegnata, anche pensando ai giovani spettatori. Nei tre anni e mezzo di guerra furono scritti quattro miliardi di lettere e di cartoline, di cui oltre due miliardi indirizzate dal fronte al paese, una cifra stupefacente, l’inserimento di alcuni di questi messaggi nella narrazione costruisce un’alternanza che dona ritmo alla durata, leggermente
dilatata, dello spettacolo. La vicenda è focalizzata su un soldato in particolare, Alexander Mayer, perché concentrarsi su una persona rende più facile l’immedesimazione, altrimenti impedita dalla genericità dei “milioni
di morti”, viene detto. E sarebbe meglio non dirlo, al pubblico. I trucchi che funzionano non si
svelano… Esaurito lo zucchero dei pandori 2014 cerchiamo di riflettere col nostro solito cinismo
sentimentale: c’è retorica in questa Tregua teatrale? Un tantino, ma in giusta dose, in fondo.
Qualche vezzo c’è ma i fatti narrati sono effettivamente straordinari e sentiamo un sollievo onesto per questo squarcio di umanità. C’è chi trova stucchevole la melassa versata su una sola notte senza morti quando già il giorno
dopo tutti sono tornati a obbedire, combattere e uccidere. Vero. Ma quelle ore hanno mutato lo sguardo di chi le ha vissute, i soldati hanno agito con una consapevolezza nuova, a tutti si è schiarita la vista e più chiara è apparsa l’irragionevolezza di sparare ad altri uomini, di altri schieramenti, sì, ma più vicini di quanto non fossero i propri generali, anestetizzati dal dovere militare e dal superficiale rigore con cui si erano costretti ad agire. E’ già qualcosa.
PAC
MAGAZINE DI ARTE & CULTURE

“HIP, una piccola storia con le ALI”Festival di Teatro Nazionale UNA CITTA’ PER GIOCO di Vimercate 2013  pubblicata su EOLO, rivista telematica di Teatro Ragazzi

Naya Dedemailan e Marco Continanza sono un’affiatata coppia di anziani coniugi, ancora innamorati e teneramente affezionati anche ai difetti dell’altro. I due raccontano la loro storia a una giornalista (per l’occasione la bella e professionale nella sua finzione Mirella Mijovic) – la cui presenza fisica in scena non è indispensabile – che, muta, prende compiti appunti seduta ad un tavolino,

La storia di Mondo e Lella è una storia specialissima, poetica, strana e anche un po’ inquietante: il marito, fanatico di ornitologia, in una delle sue escursioni nel bosco, trova un esserino misterioso, sembra una bambina … m a… ha le ali! Allora è un angelo? Nemmeno, perché le braccia le mancano. Forse un uccello, allora. Fatto sta che Mondo, con le sue bretelle nostalgia, se la porta a casa. La moglie è inizialmente spaventata ma la coppia finirà per adottare la creatura, la chiameranno Hip, il suo primo suono emesso, e la cresceranno con trucchi e abiti che non mostrino agli altri la sua diversità. Hip, parla in un modo particolare usando solo la vocale i, come per Hanà e Momò e per Io parlo con il naso – anche se meno sostanziale – c’è un elemento di differenza legato al linguaggio, come ci esprimiamo ci distingue, eccome! La bambina/angelo volerà via da Mondo e Lella, come in effetti fanno tutti  figli, metaforicamente parlando, ma Hip deve anche seguire la natura di essere “volante”, il suo liberarsi ha quindi anche un significato legato alla sua unicità ontologica, che deve essere salvaguardata. La coppia Continanza/Dedemailan funziona molto bene, Lella è più concreta, “caccia su”, come diremmo qui al nord, il marito Mondo, tanto ingenuo e trasognato, la buona regia di Pino Di Bello e due attori perfettamente in parte creano situazioni di battibecchi matrimoniali brillanti e spiritosi, all’interno di una casa dall’aspetto contadino, con i panni stesi e una verandina, anch’essa tanto aggraziata. Lo spettacolo racconta una storia complessa, perché insieme alla tenerezza e alla poesia c’è un forte senso del dolore da separazione, acuito dalla singolarità di questa creatura strana, forse Mondo e Lella credono ormai ad una storia di fantasia, che raccontano per darle realtà, la realtà di un desiderio. La forza dello spettacolo sta nei due personaggi, ben dipinti, come in un quadro dei Macchiaioli, con molta attenzione alle cose piccole, ai dettagli, alla luce che illumina volti e caratteri delle persone, immersi in ambienti quotidiani nonostante vivano (o raccontino) storie fuori dal comune. Proprio la sincera interpretazione degli attori e lo humour del rapporto tra i due permettono loro di rappresentare una vicenda di per sé strampalata e un tantino melensa. Dal punto di vista recitativo solo alcuni punti calano un po’ di ritmo che confidiamo sarà rinsaldato con le prossime repliche. Il quadro di una famiglia squinternata, colorata con pennellate che accarezzano.

ELENA MAESTRI

 

“GAYA, ATTENZIONE FRAGILE”

Festival di Teatro Nazionale
UNA CITTA’ PER GIOCO di Vimercate 2012

pubblicata su EOLO, rivista telematica di Teatro Ragazzi

E così lo spettacolo più intenso e compiuto visto a Vimercate è stato dedicato ad un argomento desueto nel teatro ragazzi, quello dell’omosessualità, coniugato per di più al femminile. “Gaya, attenzione fragile”, testo e regia di Giuseppe di Bello, prodotto da “Anfiteatro” e “Controluce” si rivolge direttamente senza infingimenti ai ragazzi, per narrare in prima persona il percorso di maturazione di una “fragile” lesbica dall’ infanzia difficile, all’interno di una famiglia del Sud, incapace di comprendere le difficoltà della giovane, sino alla consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. Il racconto, interpretato in modo intensamente espressivo da Elisa Carnelli, porta così i ragazzi a riflettere su un tema considerato tabù dalla nostra educazione cattolica, trasportandoli oltretutto alla radice della nascita dei sentimenti più intimi dei propri coetanei. La scoperta di una diversità vista come una colpa, la paura di parlarne con il padre, la benevola e incolpevole riluttanza della madre, le prime pulsioni, il primo innamoramento, l’accettazione consapevole di una normalità sono viste come un percorso naturale che porta la protagonista alla felicità di vivere liberamente la sua sessualità, pur nel rimpianto di non avere comunicato con il padre.

Il racconto poi pone l’accento su problematiche che non riguardano solo i generi ma ciascun aspetto di relazione di ognuno di noi con le cose di questo mondo. La vita di una ragazza, e nel racconto quella di altri suoi coetanei che ogni giorno vivono le stesse difficoltà e spesso le stesse umiliazioni per ciò che è naturale come l’amore, si sposa efficacemente con la necessità di far comprendere agli adolescenti, ma purtroppo anche a molti adulti, come la diversità sia una forma di ricchezza interiore men che meno una colpa.

MARIO BIANCHI